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Comprare vintage: come diventare “attivisti della qualità”

Chiunque abbia nell’armadio un capo di appena 15 o 20 anni fa sa già che la qualità, nell’abbigliamento, non esiste praticamente più. Non occorre avere i capelli bianchi per capirlo. Avete provato a comprare un cardigan di pura lana vergine, di recente? Al massimo, se siete fortunati, trovate un misto lana. Venduto a carissimo prezzo perché guardi signora, c’è lana al 10%! Il velluto vero non esiste più, e così il loden, il casentino, il tweed. In Italia, fino a qualche tempo fa, c’erano le migliori aziende produttrici di filati. La gran parte oggi ha chiuso, dei marchi storici resiste solo la Ragno con le sue maglie tradizionali. Interi distretti industriali sono ora distese di capannoni deserti. E’ il bello della globalizzazione. Ma non tutto è perduto: dal comprare vintage al fai da te, impariamo a fare resistenza!

Diciamo no: le cinesate

Le conosciamo tutti, le abbiamo comprate tutti: gonnelline estive da 5 euro, cinte di plastica, l’onnipresente poliestere che è un po’ il tessuto bandiera dei nostri tempi. Tutto ciò è talvolta spacciato come “ecologico”, perché non coinvolge animali, dimenticando però che questi milioni di tonnellate di plastica usa e getta finiscono comunque nell’ambiente. La fast fashion è un attentato alla salute di uomini e, appunto, animali (a cominciare dai pesci). Inoltre, spesso tali prodotti infimi puzzano terribilmente dei disinfettanti usati nei cargo, e altrettanto spesso sono causa di dermatiti e allergie anche per i coloranti di bassissima qualità. Evitate di mettere questo genere di capi ai bambini, e non indossateli “a pelle”.

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Per tacere dei marchi “fantasia”

Diciamo no: il finto “made in Italy”

Il marchio “made in Italy” è un’eredità degli anni ’80, quando la moda italiana era supertrendy in tutto il mondo. Abbiamo campato di rendita per quarant’anni. E’ vero che il marchio è stato protetto da ogni sorta di legge severissima sulle etichettature, ma si sa che fatta la legge trovato l’inganno. E mentre fino a qualche tempo fa la falsificazione del made in Italy era uno sbattimento tutto sommato inutile (si produceva ancora quasi tutto qui), ora è un business miliardario. Aziende che fabbricano in Oriente, poi attaccano due bottoni in Italia e piazzano l’etichetta “made in Italy”; sistemi ingegnosi di carichi e scarichi alle dogane; etichette “designed in Italy” per trarre in inganno. Molti prodotti a marchio sono poco meglio delle suddette cinesate, a ad un prezzo assai alto: trappole per gonzi. Il vero made in Italy è ormai merce rara, si trova però talvolta nelle piccole boutique.

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Pure il “Ragu pizza sauce home style” è molto made in Italy

Diciamo no: i marchi di lusso senza etica

Fu Report, qualche anno fa, a smascherare la realtà su tanti marchi del lusso italiano. Una spedizione di giornalisti in Oriente rivelò che certe famose borsette di pelle vendute qui a 2000 euro sono prodotte in Cina, e pagate alla fabbrica tra i 20 e i 25 euro l’una. Immaginate: state pagando una borsetta 100 volte il suo valore reale, e quel surplus finisce nelle tasche di una multinazionale anziché in quelle di artigiani del lusso. Artigiani del lusso che, specialmente al sud, esistono ancora, come ha raccontato anche Saviano. Lavorano a due soldi per grandi firme. Io ne ho conosciuta una, una sarta romana: piangeva, mostrandomi le foto di una sfilata di Milano dove campeggiava un vestito da sera del costo di 8mila euro da lei cucito per una stilista famosissima. A lei per il lavoro avevano dato 150 euro. Al nero. Non dico che facciano tutti così, di sicuro ci sono grandi firme che producono con etica e qualità. Certo, bisogna saperlo capire, e soprattutto non dare mai nulla per scontato: non è che siccome uno è “famoso” allora deve per forza essere corretto.

filanda
La filanda, versione vintage dello sfruttamento nel tessile

Attivisti della qualità: comprare vintage

Dobbiamo quindi rassegnarci a vestire di stracci? O ad essere continuamente truffati, o vedere il nostro portafoglio svuotato? No. Possiamo fare, anche qui, resistenza. Anche se a prima vista non appare, le opzioni sono molte: la prima per trovare qualità è comprare vintage. Con attenzione, come abbiamo ricordato nella guida alle fregature vintage. Per fare acquisti bisogna un po’ conoscere non solo tessuti e filati, ma anche le etichettature (le leggi cambiano nel tempo, ne parleremo). Ciascuno ha la propria expertize, io ad esempio conto un po’ sulla conoscenza delle mode: se ha quella tale abbottonatura probabilmente il capo è anni ’90, se ha quel tale collo è anni ’80, e così via. I capi di decenni recenti, specialmente di marca, hanno ancora una qualità altissima e prezzi irrisori, in particolare alle bancarelle dell’usato. Mi è capitato di acquistare giacche firmatissime e in ottimo stato ad appena 5 euro, e con altri 5 di tintoria portarmi a casa un capo da sogno. Nei negozi specializzati i prezzi sono più alti, ma il rapporto con il venditore offre garanzie superiori: non comprerei una giacca in pelle alla bancarella, ma al negozio sì. Per l’online, infine, anche qui sempre meglio tastare il terreno con un piccolo acquisto: se la qualità è buona, si può poi diventare clienti affezionati.

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Cavalli e Nastri a Milano

Attivisti della qualità: le piccole realtà

Ma non esiste solo comprare vintage: la qualità si trova anche nel nuovo. Tempo fa ho comprato, in una boutique vicino casa, un bel paio di pantaloni da uomo made in… Roma. La signora me ne ha raccontato la storia: una piccolissima azienda aperta di recente da 4 ragazzi romani, pieni di entusiasmo e con tanta voglia di fare, che produce un piccolo numero di capi e li distribuisce alle boutique locali. Non li ho pagati molto, sono belli e di qualità, e ho fatto un acquisto che considero veramente etico. Siamo in Italia, nel Paese dove fino a 30 anni fa c’erano maglifici perfino nei garage e taglia e cuci al lavoro anche nelle campagne: quel talento non è ancora perduto. Cerchiamolo nei negozietti, cerchiamolo online dove le aziendine a km zero della nostra provincia raccontano la loro storia, diamo loro fiducia.

Qualità sartoria

Attivisti della qualità: il fai da te

Per il mio compleanno mi sono fatta un regalo: una macchina da cucire. Ci pensavo da anni. La bellissima Singer di mia nonna su cui ho imparato, risalente al 1920 (amava comprare vintage di qualità anche lei! hehe), è in cantina e poi è davvero troppo ingombrante, così ho dovuto cedere alla modernità. Non sono bravissima naturalmente, ma per il momento la macchina mi è utile per aggiustare capi vintage che non sono di misura perfetta, oppure per ricicli creativi. Ma prima o poi mi farò coraggio e mi darò alla sartoria, giuro: acquistare uno scampolo di alta qualità non costa poi molto, e si può cominciare anche con una gonna basic. In fin dei conti anche le cinesate hanno le cucitore storte, non saranno i nostri pasticci a dare scandalo! Molte ragazze, invece, hanno scoperto il magico mondo della maglieria. Esiste ancora qualche piccolo produttore di filati di alta qualità, a cercar bene, e chi sa sferruzzare può avere la soddisfazione di indossare un cardigan di pura lana invece di una ciofeca finta e spargipelucchi. E per le più esitanti, ricordiamoci che YouTube ci viene in soccorso, con i mille tutorial per imparare qualsiasi cosa. Facciamo resistenza! 

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Su Instagram, l’amica drittalpunto che invece… è capace!

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